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Non abbiamo imparato nulla dal âcaso Galileoâ
La Chiesa sostanzialmente contestava la pretesa che la scienza avesse un’autorità ultima e assoluta su ogni questione. Nasce da qui poi l’eliminazione di Dio dalla scienza, consumata dal teismo dei vari Newton e Cartesio. Ecco perché non Ú alla scienza che dobbiamo domandare di reintrodurre Dio…
ðª Di: Luisella Scrosati â La Nuova Bussola
Data di pubblicazione: 14 Maggio 2023
Abbiamo liquidato troppo in fretta la vicenda di Galileo Galilei (1564-1642). Decisamente troppo in fretta. E non pare che allâinterno del mondo cattolico ci sia ormai alcun interesse di comprendere con occhi nuovi, occhi che conoscono il famoso âsenno di poiâ, il senso di quanto accaduto sul principio del XVII secolo.
Il âcaso Galileiâ continua ad essere sinonimo dellâoscurantismo della Chiesa cattolica, della sua incapacità di accogliere la grandezza della scienza. La storia avrebbe definitivamente e inequivocabilmente mostrato il vincitore ed il vinto: il vincitore Ú la scienza, la quale non può e non deve essere più contraddetta da alcuno che pretenda di limitarla, invocando argomenti che non siano a loro volta scientifici. La fede, la filosofia, lâetica, il buon senso sono i vinti, che sentono ancora gravare sul proprio collo il piede del vincitore.
Che cosa avevano chiesto le autorità ecclesiastiche a Galilei? In sostanza, che non si poteva accordare alla scienza nascente quellâautorità che essa pretendeva. E per questo sono state consegnate alla damnatio memoriae. E più la Chiesa cercava di ricordare lâimpossibilità che la scienza potesse rivendicare unâautorità ultima ed assoluta su ogni questione, più la scienza guadagnava consensi, presentandosi come la povera vittima di unâingiustificata aggressione ideologica.
Dalla vicenda che ha coinvolto Galilei si Ú avviato un lungo processo che ha portato la ragione analitico-scientifica ad essere considerata come lâunica forma di conoscenza veramente oggettiva, veramente universale. Ed Ú così che, come scriveva monsignor Luigi Negri, «lâuomo, che Ú il soggetto della scienza [âŠ] finisce per essere mero oggetto della scienza, come se non avesse anima, come se non avesse dignità , come se non avesse libertà » (Con Galileo oltre Galileo, p. 92).
Sì, perché la scienza non conosce che oggetti, riducendo così drammaticamente tutta la realtà a rapporti quantitativi. Se la matematica Ú la lingua dellâuniverso, come sosteneva Galilei, allora la matematica Ú anche la lingua dello scienziato che studia lâuniverso. Il mondo viene interrogato con un linguaggio matematico e risponderà con un linguaggio matematico. à questa la logica del tragico riduzionismo che ci circonda.
Torneremo su questo punto, ma non in questo articolo. Dobbiamo invece tornare a riflettere sullâimportante primo passo di quel processo che, a partire dalla vicenda attorno alle teorie di Galilei, ha condotto al mondo univoco matematizzato, nel quale Dio Ú stato definitivamente eliminato.
Messi ormai allâangolo e ridotti al silenzio sulle questioni che contano, i cristiani, che ancora portano in sé il senso di colpa del caso Galilei, non hanno trovato di meglio che aggrapparsi proprio agli scienziati per cercare di far rientrare Dio nellâambito della conoscenza e della realtà . Dio meriterebbe di rientrare nellâorizzonte della conoscenza, perché proprio loro, gli scienziati, erano per lo più teisti. Anzi, senza questa idea di un Dio ordinatore, e dunque di un mondo ordinato, la scienza non sarebbe mai neppure potuta iniziare, perché la scienza presuppone un ordine. Dio sarebbe dunque necessario per sostenere tutta la costruzione della scienza moderna; Dio sarebbe il garante del linguaggio matematico del mondo.
Il che Ú in parte vero. Ma solo in parte. Perché non bisogna scordare che furono proprio gli scienziati teisti o meglio il teismo di questi scienziati a creare le condizioni teoretiche per lâeliminazione di Dio. Come ha scritto con grande efficacia Olivier Rey (Itinerari dello smarrimento. E se la scienza fosse una grande impresa metafisica?, p. 144), «ci si sbarazzò del Dio di Cartesio grazie a Newton, e del Dio di Newton grazie a Cartesio».
Incominciamo da Sir Isaac Newton (1642-1726). Perché, secondo lui, Ú possibile osservare delle leggi fisiche? Perché Dio sarebbe presente nello spazio come garante del rispetto delle leggi matematiche. Possiamo formulare una legge valida, a partire dallâosservazione e dallâesperimento, perché Dio assicura il rispetto di queste leggi, sempre pronto ad aggiustare il funzionamento del mondo, qualora esso deviasse. Dio Ú dunque il supporto necessario per una vera scienza di stampo empirista.
René Descartes (1596-1650) aveva invece una prospettiva molto diversa. La scienza ha bisogno di un corretto ragionamento logico-matematico e Dio serve proprio come garante del fatto che il ragionamento umano non Ú un inganno, che vi Ú corrispondenza tra il risultato del calcolo e il suo riscontro nella realtà . Ma una volta posta questa garanzia, non rimane che la causalità meccanica, formulata matematicamente.
Ora, che cosa Ú accaduto? Che Newton e i newtoniani accusarono Cartesio di ateismo, perché, nella sua costruzione teorica, Dio non giocava alcun ruolo nella creazione: lâaveva âmessa al mondoâ e se ne era andato. Il mondo poteva così andare avanti da solo, seguendo le sue leggi meccanicistiche, espresse in termini matematici. Cartesio e i cartesiani rispondevano che era Newton ad essere ateo, perché che Dio Ú un Dio che deve continuamente agire sulla sua creazione per farla marciare secondo le leggi della fisica?
Alla fine lâempirismo newtoniano aveva cacciato il Dio di Cartesio, e il razionalismo cartesiano aveva cacciato il Dio di Newton. Quella che restò fu una scienza che non aveva alcun bisogno di Dio per continuare la propria ascesa. Spiega Rey: «Grazie allâempirismo newtoniano si poteva fare a meno del Dio di Cartesio. Ma del cartesianesimo si trattenne lâidea di un mondo in cui tutto finiva con lâessere spiegato materialmente». La scienza moderna «non ha optato per lâuno o lâaltro degli atteggiamenti nemici, ma li ha accorpati, eliminando nellâoperazione ogni riferimento alla trascendenza» (Ibi, p. 147).
à un suicidio voler tornare al teismo dei padri della scienza moderna. Il loro Dio non Ú il vero Dio, ma una sua caricatura, che non poteva far altro che essere spazzata via da una critica minimale. La vera risposta Ú il riferimento alla realtà dellâatto creatore, con tutta la sua pregnanza teologica e metafisica. Dio non può essere ârecuperatoâ sul piano della scienza o dei fondamenti della scienza, ma su quello dellâontologia.
Bisogna uscire dallâangusta cornice delle scienze moderne e parlare della metafisica, illuminata dalla luce della Rivelazione; tornare a comprendere la realtà nella sua estensione che oltrepassa il mondo empirico e straborda rispetto al tentativo di matematizzarla. Occorre avere nuovamente il coraggio dellâapproccio filosofico e teologico, senza dover per forza chiedere il permesso alla scienza moderna, o attendere da essa la validazione della propria argomentazione.
Scriveva lucidamente Joseph Ratzinger: «Lâintelligibilità della creazione, infatti, non Ú frutto dello sforzo dello scienziato, ma condizione a lui offerta per consentirgli di scoprire la verità in essa presente» (Fede e scienza. Un dialogo necessario, p. 230). Questa intelligibilità non Ú fondata dalla scienza, ma fonda la ricerca dellâuomo, in tutte le dimensioni che la conoscenza può assumere. Intelligibilità che esige nientemeno che il Dio creatore della fede cristiana e di quella metafisica che emerge purificata dalla verità della creazione.
Non Ú alla scienza che dobbiamo domandare di reintrodurre Dio. La fisica e in generale le scienze hanno mostrato di saper andare avanti da sole, senza Dio. E Dio, su questo piano, non serve più, perché la scienza moderna non Ú più un modo di conoscere il mondo, ma un modo di matematizzarlo. Le âcoseâ non sono se in quanto matematizzabili: Ú il metodo dâindagine che crea i suoi oggetti. E non vi Ú altro se non ciò che viene selezionato come oggetto dâindagine. Dunque Ú la scienza che plasma il mondo secondo un ordine, che Ú quello matematico, come vedremo nel prossimo articolo. Dio, con questa logica, può prendersi una lunga vacanza.


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